Keynes again

La narrazione ideologica degli ultimi decenni ha imposto una contrapposizione stato/mercato fondata su presupposti novecenteschi. Le teorie neokeynesiane sembravano rafforzarsi in seguito alla crisi finanziaria ma sono in realtà ricodificate e aggiornate. La teoria dello stato innovatore e della “spinta gentile” novità (forse) destinate a durare.

La crisi economica e finanziaria degli ultimi anni ha ridato forza al dibattito novecentesco tra i sostenitori del libero mercato e quelli dell’intervento dello stato nell’economia. Se analizziamo a sommi capi la pubblicistica internazionale, soprattutto quella divulgativa, si può notare come queste due posizioni estreme rappresentino i poli sui quali si incardina la maggior parte delle analisi, con pochi gradi di libertà: da un lato, la crisi è dovuta a un eccesso di liberalismo di mercato, in particolare quello finanziario, dall’altro è invece una crisi legata proprio alle distorsioni e agli incentivi perversi che impediscono al mercato di funzionare in maniera efficiente. Per quanto riguarda gli antefatti storici, se ne ricava una sorta di narrazione bipartisan che potrebbe essere sintetizzata così: dalla fine della seconda guerra mondiale fino agli anni ‘70 le economie occidentali sono state dominate da una politica governativa di stampo keynesiano, con un forte intervento dello stato in economia, il consolidamento di un welfare state inclusivo, e la stella polare dell’eguaglianza come valore sociale prevalente. L’antecedente storico era rappresentato dal New Deal di Roosevelt, basato su forti investimenti pubblici in attività sociali e l’aumento della tassazione ai redditi più alti. Alla fine degli anni ‘70 e all’inizio degli anni ’80, le ascese di Margaret Thatcher e Ronald Reagan rappresentano il punto di flesso della storia economica, con la forte spinta alla deregulation e all’arretramento dello stato nell’economia e nella società, per dare inizio al paradigma neoliberista che durerà anch’esso una trentina d’anni. Fino, appunto, all’inizio della crisi nel 2007. Ora, se riteniamo evidentemente plausibile che il paradigma neokeynesiano riprenda forza nel dibattito economico, dobbiamo rilevare anche che l’armamentario teorico in questo campo si è arricchito di nuovi strumenti e nuove idee. Idee inaspettate, che forse i puristi non collegherebbero al nome di Keynes. Ma noi lo facciamo, perché ci piace utilizzare la sua icona fascinosa per rappresentare convenzionalmente questo tipo di idee.  Ne introduciamo per il momento due. Il primo è legato al principio del “Nudge” – la spinta gentile –  e del paternalismo libertario ideato dal politologo americano Cass Sunstein, secondo il quale le politiche pubbliche hanno grandi margini di efficacia nell’ambito dell’indirizzo delle micro decisioni individuali. Il secondo è il filone che rivaluta la capacità dei governi di indirizzare e alimentare operativamente i processi di innovazione all’interno di ciascuna economia statale, ridefinendo il tema dell’assunzione del rischio: solo gli Stati possono assumersi l’onere e i rischi di investimenti in forte, reale innovazione, spesso a fondo perduto, perché per definizione l’imprenditore privato non può che ricercare un profitto immediato. L’economista di riferimento è, in questo caso, l’italo americana Mariana Mazzucato. Se allora Keynes deve tornare, pensiamo che tornerà  con le novità che i suoi pronipoti portano in dote dopo la sofferta traversata del deserto neoliberista durata trent’anni.

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