Sinistra e populismo. A che punto è la notte

Per comprendere le ragioni dello stato pericolante della sinistra mondiale, potrebbe essere utile ricorrere a tre fonti. La prima è un articolo di Luciano Gallino, raccolto in uno dei suoi ultimi libri – Come (e perché) uscire dall’euro ma non dall’Unione Europea, già ricordato su questo blog. È la ricostruzione del processo di egemonia intellettuale messo in atto dalla élite neoliberale, un processo iniziato nel 1947 con la creazione della Mont Pelerin Society (Mps). In particolare, dice Gallino, “se si potesse chiedere a Gramsci come mai le sinistre europee sono state travolte senza opporre resistenza dall’offensiva neoliberista, forse risponderebbe: perché non hanno saputo imitarle. Poiché la natura ha orrore del vuoto, il vuoto culturale, politico e morale delle sinistre è stato via via riempito dalle leve di lettori, elettori, docenti, funzionari di partito e delle istituzioni europee istruite dall’intellettuale collettivo sortito dalla Mps. Il consenso bisogna costruirlo, e la Mps ha dimostrato di saperlo fare. Le sinistre non ci hanno nemmeno provato.” Per il sociologo torinese si è trattato insomma, di una gigantesca e colpevole incapacità di comunicazione. Ma la vera novità degli ultimi anni è che, se non la sconfitta, ma almeno la messa in discussione della ideologia neoliberista è avvenuta dalle forze comunemente definite populiste, ma che sarebbe più corretto definire anti- establishment. La seconda fonte che consideriamo è un libro di Jan Zielonka, docente a Oxford, intitolato Counter Revolution – Liberal Europe in Retreat. Zielonka spiega che la nuova normalità è rappresentata da politici anti –establishment in ascesa ovunque a spese non solo delle forze di centro sinistra ma anche di quelle di centro destra. Sono Matteo Salvini e Beppe Grillo in Italia (che si conferma un grande laboratorio politico), Jaroslaw Kaczynski in Polonia, Alexis Tsipras in Grecia, Timo Soini in Finlandia e Pablo Iglesias in Spagna. Sono molto diversi tra loro, ma tutti accumunati dall’antagonismo nei confronti dell’ordine liberale e i suoi progetti principali. In effetti, come diceva Gallino, la natura ha orrore del vuoto. Infine, la terza fonte è un paper di Thomas Piketty (in foto)  intitolato Brahmin Left vs Merchant Right: Rising Inequality & the Changing Structure of Political Conflict. Qui la tesi è ancora un’altra. Utilizzando secondo il suo stile un’ingente mole di dati (in questo caso dati elettorali negli Stati Uniti, Francia e Inghilterra), Piketty evidenzia il cambiamento nella struttura culturale dei votanti: una volta, negli anni ’50 e ‘60, per le forze di sinistra votavano persone a bassa scolarità. Oggi invece c’è un ristretto dualismo che vede la sinistra votata soprattutto dal ceto intellettuale (élite culturale, i bramini del titolo), la destra dal ceto ad alto reddito (élite economica, i mercanti). In mezzo ci sono tutti gli altri, né colti né ricchi, che hanno trovato rappresentanza solo nelle forze populiste. D’altra parte, questa era già stata la spiegazione più accreditata in occasione della vittoria di Donald Trump, non così sorprendente col senno di poi.

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